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Stelle cadenti: le lacrime del cielo

31 marzo 2017 - Letteratura
Stelle cadenti: le lacrime del cielo

“San Lorenzo, io lo so perché tanto di stelle per l’aria tranquilla arde e cade, perché si gran pianto nel concavo cielo sfavilla.”

Ecco la prima strofa della poesia di Giovanni Pascoli, X agosto, che scrisse in occasione della morte del padre. Quest’ultimo venne ucciso mentre faceva ritorno dal lavoro e per il poeta fu una sofferenza immensa. Pascoli era sempre stato legato in modo particolare alla famiglia e ció ci appare chiaro nella ricorrenza, all’intero delle sue opere, del tema del “nido familiare”. Per Pascoli, infatti, tutto ciò che si trovava all’esterno di esso rappresentava una minaccia e, dopo la morte del padre, il suo desiderio era sempre stato quello di ricongiungere la famiglia.
La poesia che dedica al padre prende come titolo la sua data di morte.
“Ritornava una rondine al tetto: l’uccisero: cadde tra spini: ella aveva nel becco un insetto: la cena de’ suoi rondinini”

Pascoli usa il microcosmo, come la rondine,per descrivere l’universo, o meglio, il mondo terrestre che è governato dalla malvagità e dall’ingiustizia. Il 10 agosto è ricordato da molti come la notte delle stelle cadenti. Pascoli decide di iniziare la poesia parlandoci di un pianto di stelle che rappresentano appunto le stelle cadenti, e rappresentano le lacrime del cielo, per farci capire che l’intero cosmo sembra essere in lutto per la morte del padre.

“Anche un uomo tornava al suo nido: l’uccisero: disse: perdono; e restó negli aperto occhi un grido: portava due bambole in dono”

Si può notare come l’uomo si fonda con la natura e viceversa. Questa strofa è molto simile a quella precedente. Pascoli sosteneva che attraverso le piccole cose si potesse rappresentare l’universo nei migliori dei modi. Dentro ogni cosa si può nascondere l’infinito; nella natura, come in un filo d’erba, o nell’uomo, dentro la sua anima.

“E tu, cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! D’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del male!”

Questa è la strofa finale, quella che sottolinea la crudeltà dell’essere umano e la tristezza del poeta. La terra viene paragonata ad un atomo, per le sue dimensioni ridotte se paragonate a quelle dell’intero universo. Quest’atomo è opaco, sbiadito, quasi senza un colore. Il colore che prende è quello del male, quindi un colore oscuro, triste; un colore che secondo Pascoli domina la terra.

Questa è da sempre stata la mia poesia preferita e sono stata molto felice di poterne parlare questo mese! Trovo straordinario il tema dell’universo collegato alla morte del padre. Sembra come se Pascoli volesse farci capire che il dolore è universale. Non siamo i soli a soffrire, ma ogni essere umano, ogni essere vivente soffre. Il dolore è uguale per tutti e per questo anche il cielo piange a causa di una sua sofferenza.
L’animo umano, a mio parere, è una delle cose più complesse e meravigliose che esistano. Sembra così limitato, ma invece è così infinito che nel momento in cui cerchi di trovare delle risposte, ti appaiono solo più domande. Non si conoscerà mai fino in fondo l’animo di nessuna paragona perché non si riuscirà ad arrivare mai così in profondità. E molto spesso, l’infinito che è in noi, ci fa meravigliare di noi stessi.

di Caterina Valli (5H)