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The tree of life

31 marzo 2017 - Pop Culture
The tree of life

“Ho veduto una sola volta […] la perfezione che noi collochiamo al di sopra delle stelle, che noi allontaniamo sino alla fine del tempo, questa perfezione l’ho sentita presente. Era là, questo essere supremo, là nella sfera dell’umana natura e delle cose esistenti. Non vi domando più dove essa è: è esistita nel mondo e può tornarvi; vi è soltanto nascosta. Non domando più che cosa essa sia, l’ho veduta, l’ho conosciuta. O voi, che cercate quanto vi è di più alto e perfetto, nella profondità della sapienza, nel tumulto dell’azione, nel buio del passato, nel labirinto del futuro, nelle tombe e al di sopra delle stelle! Conoscete il suo nome? Il nome di ciò che è uno e tutto? Il suo nome è bellezza”. (Holderin, “Iperione”)

Anche con le parole del poeta tedesco Holderin rimane forse impossibile scrivere di un film come “The tree of life”, recensirlo vorrebbe dire sminuirne la portata e annullare la grandezza di un capolavoro che non può trovare ragione nelle parole spese per descriverlo: il quinto lungometraggio di Terrence Malick è infatti l’opera cinematografica più bella e visionaria che il nuovo millennio abbia saputo generare e che si è dimostrata capace di sancire un nuovo stile filmico, contemplativo e analitico al tempo stesso. Vincitore della palma d’oro a Cannes, “The tree of life” è una tesi sulla spiritualità universale, una mitologia dell’anima, un’epopea che perennemente oscilla fra antropologia e cosmologia e che si addentra nei più grandi problemi sulla teodicea e sull’esistenza del divino; il film di Malick è un’opera globale che si presta ad essere dopo “2001: odissea nello spazio” di Kubrick il più audace tentativo di dare ragione della profondità dell’esistere e della trascendenza del senso.

“The tree of life” si apre con la storia di una famiglia dell’America degli anni ’50, con le vicende di un padre autoritario e di una madre amorevole, con la vita dei loro tre figli raccontata retrospettivamente da uno di essi, Jack, che, ormai cresciuto, rievoca la propria infanzia a seguito della notizia della morte di uno dei suoi fratelli. La scelta dell’ambientazione è però del tutto arbitraria perché l’obiettivo di Malick è quello di porre la storia di Jack in sintonia con un più ampio respiro cosmico: l’essenza del film sta infatti nel mettere a confronto il miracolo della vita nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo, assimilare la magnificenza di una galassia alla delicatezza di una vita appena nata, ravvicinare il respiro, lo sguardo, la risata di un bambino alla potenza sublime della natura e allo sconcertante sconvolgimento dell’origine dell’universo.

Jack, da adulto, rappresenta un’umanità annoiata, indolente, dominata dall’apatia e dall’ “imbarazzo dello stare al mondo”, è l’uomo alla ricerca della ragione dell’essere, è tutti e nessuno, è una vita che guarda la vita e che la insegue nella memoria e nel futuro. In “The tree of life” ci si interroga quindi sull’esistenza del male e del perché l’uomo cresca all’ombra di un padre tanto duro e di una madre tanto benevola, del perché le paure si alimentino con la speranza, del perché la pietà trovi spazio nella lotta più feroce, del perché il dolore e l’inquietudine siano costanti dell’evoluzione creatrice. Queste sono le domande che la voce narrante ripete e scandisce e che lo spettatore è chiamato a fare proprie, interrogandosi sul mondo e cercando di approdare ad una verità capace di abbracciare la totalità dell’esistente con le sue infinite contraddizioni.

Il film procede per salti temporali, visioni, ricordi, associazioni mentali in un libero gioco che si svincola da ogni rigidità in una danza cinematografica inebriante, in una sinfonia visiva che si avvolge su se stessa in un caleidoscopio cosmico e domestico, scientifico e poetico, umano e divino. Il cinema ci insegna a vedere in modo diverso e la cinepresa di Malick guarda il mondo con una fascinazione profondissima, la sua ricerca estetica è volta ad una spiritualizzazione della materia e invita chi guarda a scegliere la vita, ad intraprendere un percorso di ammaliante suggestione nei confronti dell’essere e a guardare il mondo ricercandovi sempre, nelle pieghe più riposte, nei piccoli e grandi spettacoli e stupori dell’esistenza, la grazia, l’incanto, un soffio di poesia, un lacerto di splendore che possa emergere e trovare spazio negli occhi e nel cuore di chi vuole sentirsi meno solo.

di Stefano Fronzoni (5B)